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MORO-KENNEDY MORTE PARALLELA (3 – fine)

Terza puntata

Il professore Francesco Tritto, assistente universitario di Aldo Moro, rivelò pubblicamente che lo statista gli aveva confidato i suoi timori di morte. «Farò la stessa fine di Kennedy», gli aveva detto., timori che Moro aveva confidato alla moglie.

 

La fase politica in cui si innesta l’uccisione di Moro era particolare. Il presidente DC voleva aprire il suo partito a un colloquio con i comunisti, che riteneva forze d’ordine. Quello che era stato nominato “compromesso storico” non piaceva, al nostro interno, a molti personaggi influenti, che nell’anticomunismo avevano fondato la loro vita politica. E non piaceva neanche a molti Paesi stranieri, con un blocco che comprendeva non soltanto nazioni occidentali, ma anche la sfera legata alla Russia. I problemi toccarono solo il presidente della DC? No. Pressioni non di poco conto furono fatte anche al leader del Partico Comunista Italiano, Enrico Berlinguer, che in un suo viaggio in Bulgaria se la vide male. Il compromesso storico non si doveva fare. Raccontare l’episodio Berlinguer sarebbe troppo lungo e finirei con lo stancare chi legge, ma è corretto riportare quanto nel maggio del 1977 cosa di cui quasi nessuno parla, Berlinguer, del quale si conosceva bene la cautela di linguaggio, chiamò pubblicamente in causa alcuni servizi segreti stranieri additandoli come corresponsabili dell’opera di destabilizzazione allora in atto in Italia. Il segretario della DC, Benigno Zaccagnini, rispose che non c’erano prove.  

Andiamo negli Stati Uniti. John Fitzgerald Kennedy apprezzava le idee dello statista italiano.

Ricordiamo che Kennedy venne accusato di non aver mai preso una netta posizione sul senatore McCarthy, la bandiera americana esasperata dell’anticomunismo e in qualche occasione aveva sostenuto di non disprezzare affatto la cooperazione tra politici di partiti opposti.

La goccia fatale per Kennedy e Moro cadde probabilmente allorché il Presidente, nel luglio del 1963, venne in Italia per sostenere la linea Moro. Tra i due uomini si era instaurato, oltre a un ottimo colloquio, un rapporto di reciproca stima. Rapporto che suscitò molte reazioni sia in America, sia in Italia.

Quattro mesi dopo l’incontro italiano Kennedy-Moro, il presidente Usa venne ucciso a Dallas. Gli spararono mentre attraversava in una limousine scoperta la città, con accanto la moglie Jackeline, da una finestra del Texas school book depository, dove sono stato, oggi un museo alla memoria del presidente assassinato. Si scoprì che il suo assassino, Lee Harvey Oswald, che venne fatto passare per un poco di buono, un fallito, era invece in contatto con frange dei servizi di intelligence americani e con l’FBI.

Di fatto, nessuna commissione d’inchiesta arriverà mai alla verità, come nel caso Moro.

Quando Moro si recò negli Stati Uniti - secondo il racconto della moglie Eleonora - tornò preoccupato e confessò che a Washington aveva ricevuto delle minacce, del tipo “o lasci perdere la tua politica di larghe intese con partiti a noi sgraditi o ti finirà male”.  Anche il figlio Giovanni confermò le minacce al padre. Ad un ricevimento ufficiale avrebbe ricevuto l’avvertimento di desistere dal perseguire la sua strategia politica che consisteva, per il bene del Paese, in un governo di larghe intese. Cosa che di fatto fallì dopo la sua morte.

È in questo scenario che va inquadrata la vicenda Moro. Il presidente della Dc sapeva di essere in pericolo ed è per questo che il capo della sua scorta aveva chiesto una maggiore protezione e un’auto blindata, che non arrivò mai.

Di certo erano in diversi a sapere cosa stava per succedere all’onorevole Moro.

La frase di Moro, prima della sua morte, “il mio fantasma vi perseguiterà per l’avvenire” è stata una vera profezia. Ancora si parla del caso Moro e dei suoi numerosi misteri, alcuni svelati, altri no.

(3-FINE)