MISTERI D’ITALIA: IL DELITTO MATTEI (terza puntata – fine)
Come abbiamo visto nella puntata precedente, Enrico Mattei temeva per la sua vita e ne aveva fatto più volte cenno, in particolare prima del suo viaggio in Sicilia. Si disse che avevano tutto l’interesse ad eliminare il presidente dell’ENI le sette compagnie petrolifere che detenevano il monopolio e che nell’operazione sarebbe entrata anche la Cia. Quando si parla di “oro nero” tutto può accadere, anche i delitti più atroci, ma che le sette sorelle avessero, al punto in cui si era arrivati, interesse ad eliminare fisicamente Mattei, fu un imbroglio di comodo che in seguito chiariremo.
Si disse anche che l’America “inventò” l’invasione militare dell’Iraq con la scusa del possesso di armi di distruzione di massa (nonostante tutti gli ispettori dell’Onu avevano confermato che in Iraq non ce n’era traccia), per impossessarsi del petrolio di quel Paese. Non è proprio così. L’abbattimento del regime di Saddam Hussein doveva avvenire, costasse quel che costasse, non per il petrolio in sé stesso, come gridarono in molti, ma per la supremazia del dollaro nel mondo. Una storia rimasta nell’ombra. Non mi risulta, ma posso sbagliare, che qualche giornale italiano ne abbia mai fatto cenno. A fare scoprire l’inghippo fu l’emittente “Radio Free Europe” e in seguito un articolo sull’Observer”. Cosa era successo di così grave da muovere le forze armate americane all’invasione dell’Iraq? Il petrolio nel mondo è negoziato in dollari. I “petrodollari”. Saddam Hussein, per dare una forte mazzata in testa all’odiato nemico d’oltre oceano, pensò di non vendere più petrolio in dollari, ma in euro. Il dollaro avrebbe perso di essere la moneta forte mondiale, cosa che era avvenuta dopo il blocco della conversione della moneta in oro. La cosa, ancor più grave, fu che altri Paesi stavano meditando di seguire l’idea del rais il quale aveva già aperto un conto bancario in Francia. L’America poteva mai permettere una cosa simile, se voleva conservare la sua preminenza mondiale monetaria? Ecco che occorreva troncare sul nascere un eventuale ricorso all’euro e dare un esempio forte a tutti. E così avvenne. E di “petroeuro” non si parlò più.
Come dicevo prima, appare difficile immaginare che le cosiddette “sette sorelle” potessero volere, al punto in cui si era arrivati, la morte di Mattei. A chi ha additato loro la morte del presidente dell’ENI, è forse sfuggito che si stava per giungere a un accordo, con la mediazione dell’amministrazione Kennedy, tanto che le proposte di accordo erano già sul tavolo del presidente. Si disse anche che la mafia americana chiese un favore a quella siciliana. Ma mai nulla venne veramente a galla su questa strada.
Va anche detto che il viaggio di Mattei non era stato preannunciato con giorni di anticipo a mezzo stampa. Solo chi conosceva le mosse del presidente dell’ENI poteva darne notizia e dare modo a qualcuno di preparare la bomba che venne collocata e pronta ad esplodere all’uscita del carrello di atterraggio. E non dimentichiamo che Mattei fece spostare, all’ultimo momento, l’aereo dalla pista di Gela, dove era stato convenuto restasse, all’aeroporto di Catania. Il falso capitano dei carabinieri e i due “tecnici” in tuta bianca che si avvicinarono all’aereo, erano pronti anche loro? Troppo poco tempo per la pista Usa-Italia. La mano che volle l’eliminazione di Mattei dovette essere senz’altro interna. Tommaso Buscetta, indicò come implicato nell’attentato il boss Giuseppe Di Cristina. Il giornalista de “L’Ora”, quotidiano della sera di Palermo, Mauro De Mauro, incaricato dal regista Francesco Rosi di documentare i giorni in Sicilia di Enrico Mattei per il suo film “Il caso Mattei”, scomparve il 16 settembre 1970.
Mattei giunse nell’Isola il 26 ottobre: due le tappe previste: al petrolchimico ANIC di Gela e a Gagliano Castelferrato, un centro dell’ennese, per visionare i pozzi di metano. Atterrato a Gela, su una vecchia pista militare della seconda guerra mondiale rimessa a nuovo dall’AGIP, Mattei disse al suo pilota, Irnerio Bertuzzi, di portare l’aereo all’aeroporto di Catania, per essere maggiormente custodito. All’interno dell’Isola si sarebbe spostato in elicottero. I piani degli attentatori dovettero per forza di cose essere cambiati.
Intorno alle 13 del 27 ottobre, un capitano dei carabinieri, Grillo, con tanto di divisa e di tesserino dell’Arma, insieme a due tecnici in tuta bianca entrò nella pista dell’aeroporto catanese e si diresse verso il bireattore Morane-Saulnier dell’Ente Nazionale Idrocarburi. Al personale che tentò di fermarli l’autoritario capitano disse che si trattava di un controllo di sicurezza. Peccato che, dopo, si scoprì che l’unico capitano Grillo dell’Arma dei Carabinieri si trovava in servizio in Piemonte.
Dopo l’atto delittuoso, per anni si nuotò nel nulla. La versione ufficiale, suffragata da inchieste che non stabilirono la causa dell’incidente, fu quella della disgrazia. In un intrigo senza fine, si aggrovigliarono depistaggi, insabbiamenti, manipolazioni, pressioni. L’unica persona che all’inizio disse di avere visto l’aereo esplodere in volo, come una palla di fuoco, fu un agricoltore di Bascapè, che rilasciò in tal senso le prime interviste a organi di stampa e Rai. Dopo qualche giorno, ritrattò tutto: “Non ho visto nulla”. Perché la retromarcia? Subito dopo la sua dichiarazione all’inviato della Rai, venne avvicinato da uomini dell’ENI. E della vicenda, stranamente, quell’agricoltore ne trasse dei benefici. In seguito, venne accusato di favoreggiamento personale aggravato, ma l’inchiesta, in quella prima fase venne chiusa come “disgrazia”. L’aereo era caduto per cause imprecisate. Ci vollero 31 anni, perché un collegio giudicante affermasse che il bireattore di Mattei era stato fatto esplodere in volo: si trovarono tracce di esplosivo.
Giuseppe Di Cristina di cui aveva parlato Buscetta, venne ucciso il 30 maggio 1978 in una delle principali vie di Palermo. Lavorava alla Sochimisi, una società che faceva capo all’Ente Minerario Siciliano.
La riapertura delle indagini sul caso Mattei venne attuata dalla procura di Pavia, dopo la scomparsa di Mauro De Mauro e le dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta. Finalmente, il 20 febbraio 2003, il procuratore di Pavia, Vincenzo Calia, chiuse l’ultima inchiesta sulla morte di Mattei: si era trattato di assassinio. Una bomba era stata collocata a bordo del velivolo.
Importante fu la testimonianza del professore Donato Firrao, docente di tecnologia dei metalli al Politecnico di Torino. Con l’utilizzo di moderne apparecchiature riscontrò tracce di esplosivo, confermando così le dichiarazioni dei pentiti.
I mandanti? Un grande velo di nebbia, di protezioni, di intrighi, di depistaggi, di indagini bloccate quando pareva che il velo si stesse squarciando. In diversi, ormai, si sono portati nella tomba il segreto. Ma che sia stato un delitto “interno” ormai è cosa certa e sono in molti ad averlo capito.
(3 – fine)