IL GENERALE CHE SAPEVA TROPPO Seconda parte
IL GENERALE CHE SAPEVA TROPPO
Seconda parte
di Carmelo Nicolosi De Luca
In questa seconda puntata su Carlo Alberto Dalla Chiesa, il “generale che sapeva troppo”, parliamo della sua uccisione, di quella della consorte Emanuela Setti Carraro, unitamente all’agente di scorta, Domenico Russo, a Palermo il 3 settembre 1982, in via Isidoro Carini alle ore 21,15.
Si è detto, stradetto e scritto, che a volere la morte del generale sia stata la mafia. Sì, uomini della mafia, ma per conto di altri. Con quale accordo? Di certo c’è che a quarant’anni di distanza restano sulla vicenda tanti interrogativi. Di fatto, è però innegabile, che lo mandarono nel capoluogo siciliano, lo lasciarono completamente solo e, per tutti i cento giorni in cui ricoprì la carica di prefetto, rimase in attesa di quei poteri di coordinamento antimafia che non arrivarono mai.
A Palermo, la residenza del prefetto era Villa Paino, nella parte alta del Viale della Libertà. E qui la collaboratrice domestica riferì agli investigatori di avere udito Emanuela Setti Carraro rivelare al marito le proprie paure e venire rassicurata dal generale, che aveva risposto che se gli fosse accaduto qualcosa lei sapeva dove erano le “carte”. Anche la suocera di Dalla Chiesa parlò di un dossier che il genero teneva da parte. Ed ecco che nella stessa notte della tragedia, sparisce la chiave della cassaforte di Dalla Chiesa, per ricomparire dopo 11 giorni, a cassaforte svuotata.
Molto strana, come è stato detto nella prima puntata di questa amara storia, fu la richiesta di esponenti di Cosa Nostra alle Brigate Rosse di rivendicare quell’omicidio. Perché? Perché non era un delitto di mafia!
Altra stranezza: perché uccidere anche la moglie, deliberatamente? Perché tanto accanimento contro la signora Emanuela, tanto che il killer le sparò ancora dopo averla già colpita con la prima scarica per essere certo che fosse morta? Emanuela conosceva il contenuto delle carte del marito, delle quali mai si è più trovata traccia.
Si è anche parlato di un rapporto fatto pervenire a Dalla Chiesa dalla Guardia di Finanza. Riguardava i “cavalieri di Catania”, costruttori che si erano aggiudicati appalti nel palermitano. Ma quel rapporto sui cavalieri catanesi non poteva essere lo scopo del delitto. Non avrebbe avuto senso. Lo avevano redatto le Fiamme Gialle, ne era a conoscenza l’ufficio criminalità, era passato da tante mani. Dalla Chiesa ne aveva solo una copia, non era depositario, in questo caso, di alcun segreto che valesse la sua vita.
Ma chi aveva tutto l’interesse di liberarsi del generale?
Qualche anno prima della sua uccisione, era stato assassinato nella propria auto un giornalista “scomodo” per alcuni ambienti dello Stato, Mino Pecorelli. E Pecorelli e Dalla Chiesa si conoscevano bene.
Riferì il generale Bozzo, che era stato vice di Dalla Chiesa: “Quando hanno ucciso Pecorelli mi ha chiamato e mi ha detto: “Cosa ne pensi di questo fatto?” E io gli risposi: guardi, secondo noi non è un fatto di terrorismo”.
Per cercare di legare alcuni eventi è necessario ritornare al caso del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro.
Il generale Head, inglese, esperto di terrorismo, ebbe a dire alla giornalista Alison Jamieson, di non capire come avessero fatto i Servizi italiani a non trovare, in 55 giorni, la prigione dello statista italiano, cosa che qualsiasi polizia mediocre avrebbe fatto. E la stessa domanda si era fatto Pecorelli prima di essere assassinato. “Come hanno fatto a non trovare Moro?”.
Un’altra stonatura. Durante il sequestro del presidente della Democrazia Cristiana, Moro, l’esperto di terrorismo Nicolò Bozzo, non venne invitato a far parte del Comitato di crisi di Cossiga, del quale facevano invece parte diversi uomini della “coperta” loggia P2 alla quale erano iscritti alti gradi dei servizi segreti e politici. Quasi per farsa, fu chiamato a Roma, con una decina di suoi uomini, ma non venne mai messo nelle condizioni di operare. Fecero una sola perquisizione e, dopo meno di dieci giorni, furono mandati via. Nei pochi giorni che rimasero a Roma, il pomeriggio andavano al cinema, per passare il tempo, non avevano nulla da fare. Ed erano uomini esperti, le punte dell’antiterrorismo. Esautorati perché erano bravi ed avevano alle spalle risultati brillanti.
Mino Pecorelli, direttore del settimanale OP, scrisse che il generale Dalla Chiesa era a conoscenza della casa in cui veniva tenuto segregato il presidente della DC, che ne aveva parlato con Cossiga, il quale gli aveva risposto che doveva parlarne, a sua volta, più in alto. L’allora presidente del Consiglio dei Ministri era Giulio Andreotti. Pecorelli aveva anche parlato del ruolo giocato nella vicenda Moro dalla “Loggia di Cristo in Paradiso”, alludendo alla P2, e aveva profetizzato la morte del generale “Amen” (Dalla Chiesa). E non fu la sola profezia che azzeccò. Predisse anche la sua uccisione. E la sera del 20 marzo 1979, fu ammazzato con quattro colpi di pistola.
Ecco cosa si legge nella relazione della Commissione parlamentare Anselmi sulla P2: “Si riscontra, in modo chiaro, l’esistenza di una barriera protettiva posta dai Servizi a tutela di Gelli e della loggia P2, che scatta puntualmente di fronte a qualsiasi autorità politica e giudiziaria che chieda, nell’esercizio delle sue funzioni, ragguagli e delucidazioni”.
Il pentito Tommaso Buscetta, sul delitto Pecorelli ebbe a dire: “Secondo quanto mi disse Badalamenti, sembra che Pecorelli stesse appurando cose politiche collegate al sequestro Moro. Giulio Andreotti era preoccupato che potessero trapelare quei segreti del sequestro dell’onorevole Aldo Moro, segreti che anche il generale Dalla Chiesa conosceva”.
Nel 1993, sempre Buscetta, disse ai magistrati di Palermo che Gaetano Badalamenti gli aveva confidato che l’assassinio di Pecorelli sarebbe stato compiuto per aiutare Andreotti. Venne aperta un’inchiesta dalla magistratura e, attraverso alcune piste indicate anche da pentiti della banda della Magliana, venne istruito un processo contro Andreotti, l’allora Pubblico Ministero Claudio Vitalone, Giuseppe Calò legato a Cosa Nostra e altri personaggi. Tutti assolti per non aver commesso il fatto il 24 settembre 1999.
In appello, il 17 novembre 2002, Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti vennero riconosciuti colpevoli nel delitto Pecorelli e condannati a 24 anni di carcere, sentenza annullata, senza rinvio, dalla Corte di Cassazione il 30 ottobre del 2003.
Di fatto, Mino Pecorelli e Carlo Alberto Dalla Chiesa morirono perché il primo era venuto a conoscenza e voleva pubblicare fatti aberranti che dovevano rimanere sepolti, il secondo non perché era nel mirino della mafia, ma perché, da bravissimo investigatore, sapeva la verità sul caso Moro, sulla loggia P2, sui potenti affiliati che, secondo la relazione della Commissione parlamentare Anselmi “Erano in grado di condizionare scelte importanti di alcuni settori delle Forze Armate, con riferimento ai loro obiettivi politici o di traffici illeciti, che riguardavano anche uomini politici ad essi collegati”.
Un omaggio alla memoria del generale Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell’Agente Domenico Russo.