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CARLO ALBERTO DALLA CHIESA IL GENERALE CHE SAPEVA TROPPO

“Sarebbe imperdonabile dimenticare o ignorare l’altra faccia del potere, quella che non si vede e della quale non si parla nelle cerimonie ufficiali, stranamente neppure nella maggior parte degli scritti dei politologi”

                                                                                       Norberto Bobbio

 

CARLO ALBERTO DALLA CHIESA

IL GENERALE CHE SAPEVA TROPPO

 

Su Google leggo una domanda: “Cosa ha fatto Carlo Alberto Dalla Chiesa?”. Risposta: “Quarant’anni fa, il 3 settembre 1982, veniva assassinato dalla mafia il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, a Palermo, in via Isidoro Carini, in un attentato nel quale persero la vita anche la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo”.

La domanda non è come, dove e da chi sia stato ucciso il generale dei Carabinieri, ma cosa ha fatto. Il lettore intende saperne di più sul generale, per anni al comando dell’antiterrorismo.

Ricordiamoci che sono trascorsi quarant’anni dalla sua morte. E chi è nato dal settembre del 1962 in poi, è possibile che sappia poco o niente dell’intrigata vicenda che portò all’uccisione del generale. Per non dire di chi, all’epoca, si trovava nell’età della fanciullezza. Come minimo dobbiamo andare a 50 anni fa.

Con meraviglia ho constatato che, nel quarantesimo anniversario della morte del generale (3 settembre di quest’anno), molti mezzi di comunicazione, hanno solo riportato la cronaca della cerimonia di commemorazione a Palermo, chi vi avesse partecipato e qualche intervista al figlio Nando. Nessuno o pochi accenni alla sua vita professionale. Solo un programma della Rai, purtroppo non ne ricordo il nome, ha fatto un quadro preciso, accurato dell’amara vicenda.

Poco più di otto fa, decisi di “immettermi” nella vita di Dalla Chiesa, pensando alle tante cose che non tornavano e sul mistero che ancora grava su questa storia. E ho cominciato a chiedermi: perché la mafia avrebbe dovuto uccidere Dalla Chiesa dopo poco più di tre mesi che si era insediato quale prefetto di Palermo? Perché in 100 giorni fu lasciato in attesa di quei poteri di coordinamento antimafia promessi e mai arrivati? Perché tutti sapevano che “in alto” lo avevano lasciato solo? Perché qualcuno aveva previsto l’uccisione del generale? È vero, il delitto avvenne per mano mafiosa, ma chi armò quella mano? Perché ambienti mafiosi chiesero alle Brigate Rosse di assumersi la paternità di quell’uccisione? Quando mai Cosa Nostra ha chiesto ad altri di intestarsi un suo delitto? Certo, se ancora in vita, qualcuno sa la verità e qualcuno ha in mano, o ha distrutto, documenti particolarmente scottanti e compromettenti, che hanno portato all’uccisione non solo del generale, come vedremo in seguito.

Per mesi e mesi “spulciai” documenti, esaminai quanto detto da ufficiali dell’Arma vicini al generale, lessi attentamente le risultanze della Commissione parlamentar d’inchiesta sul terrorismo (1998), accostai episodi che apparivano lontani tra di loro e pervenni alla conclusione che la storia era molto più fitta, più terrificante di un assassinio mafioso, come si è voluto far credere.

Quanto emerso l’ho riportato in un mio libro, tra le tante altre storie di vergogne e tradimenti accaduti in Italia, lavoro ritenuto dalla critica “La storia d’Italia mai scritta”.

Per capire l’omicidio programmato di Dalla Chiesa occorre legare alcuni eventi, fare un passo indietro e soffermarsi all’uccisione del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse.

Si sa, nonostante le tante smentite ufficiali del tempo, che l’appartamento in cui veniva tenuto Moro era a Roma in via Montalcini, acquistato a nome di una zia da Anna Laura Braghetti, compagna di Prospero Gallinari (il carceriere), con annesso box per auto.

Vi risparmio il pedinamento della Braghetti e lo strano comportamento dell’Ufficio Centrale per le Investigazioni Generali e le Operazioni Speciali, costituito dal ministro dell’Interno, e passo al fatto che sul luogo in cui era segregato il presidente DC, erano giunti agenti italiani e inglesi. Questi ultimi, avevano installato delle postazioni di ascolto sul pavimento dell’appartamento sopra quello in cui c’era Aldo Moro. Per giorni tennero d’occhio il palazzo di via Montalcini. Fu anche inserita una telecamera in un lampione vicino al portone. A chi venivano consegnate i nastri? A Roma, a Forte Braschi, sede dei servizi segreti militari, comandato dal generale Pietro Musumeci, appartenente alla loggia P2.
Tutto era pronto per l’irruzione (8 maggio 1978), quando giunse l’ordine dal Ministero dell’Interno di smobilitare, di ritirarsi. Fu grande la rabbia, lo sconcerto, l’amarezza di quegli uomini che, per giorni e notti, avevano svolto un grande lavoro investigativo. Il generale Dalla Chiesa andò su tutte le furie, chiese ancora di intervenire subito per liberare l’ostaggio, ma gli fu risposto di no. Il vicecapo della polizia, Emilio Santillo che si era battuto per la liberazione dello statista rimase impietrito, gli agenti stranieri sbalorditi. Non riuscivano a credere a quell’assurdo ordine di andar via. La giustificazione? Se ci fosse stata una sparatoria qualche proiettile poteva compire l’onorevole Moro o i brigatisti ucciderlo. Carlo Alberto Dalla Chiesa capì che la ragione non era quella e così Santillo, che ci rimise il posto.

Il colonnello Nicolò Bozzo, vice di Dalla Chiesa, ebbe a dire: “I servizi segreti perseguivano interessi che non coincidevano con i nostri”.

Dopo l’uccisione del presidente DC, secondo quanto riferito da Bozzo, promosso nel frattempo generale, furono gli uomini dell’antiterrorismo ad individuare il covo delle Brigate Rosse di via Monte Nevoso a Milano. Vennero rinvenute, in una cartellina azzurra, alcune lettere dattiloscritte e altri documenti che riguardavano lo statista, ma agli uomini del Nucleo venne imposto dalla legione dei Carabinieri di Milano, comandata dal colonnello Rocco Mazzei (componente della P2), di smettere la perquisizione e di allontanarsi subito da quel luogo. Alle resistenze di Bozzo, si rispose con la minaccia di sanzioni disciplinari nei suoi confronti e degli altri carabinieri presenti nella casa di via Monte Nevoso. E si mentì al magistrato inquirente dicendo che era stato fatto tutto. Mentre non era vero. Per Bozzo, ci sarebbero voluti almeno 15 giorni per una corretta perquisizione, ma questo tempo non è stato concesso.

«Le difficoltà che noi dei reparti speciali abbiamo incontrato all’interno delle Istituzioni non sono state di gran lunga inferiori a quelle che abbiamo trovato all’esterno», rivelò Bozzo alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo.

L’appartamento di via Monte Nevoso rimase sotto sequestro per anni, finché si scoprì dietro un mobiletto incassato sotto la finestra della cucina, una finta parete (fu un operario che stava facendo dei lavori di ristrutturazione all’appartamento dissequestrato? Si procedette a una nuova perquisizione? Perché dopo anni?). Versioni diverse anche su come si arrivò al covo milanese: ben 3).

Dietro la parete in cartongesso, fu rinvenuto un altro memoriale Moro, con parti che nel primo mancavano. Ci si chiese perché due memoriali? Perché uno, incompleto, trovato facilmente e l’altro, quello con aggiunte significative delle cose dette dal presidente DC ai brigatisti, nascosto magistralmente, tanto da sfuggire alla prima perquisizione, anche se fatta affrettatamente?  Forse per qualcuno era giunto il momento di fare rinvenire il secondo memoriale. Questo secondo incartamento “uscì” da via Monte Nevoso per qualche ora e pare che un capitano dei carabinieri l’abbia mostrato a Dalla Chiesa. Fatto sta, che al “rientro” della cartella di colore azzurro, l’ufficiale che per primo l’aveva rinvenuta disse che al tatto gli sembrava più “magra”. 

Come si può già intendere, la storia è lunga e non posso che dare appuntamento alla prossima puntata, naturalmente agli amici che fossero interessati a conoscere il “detto, non detto e le menzogne” sull’uccisione del generale e della sua splendida moglie.  

Un saluto a tutti.